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"Abbiamo il dovere di tornare a una vita normale ed imporci il lockdown è stato eccessivo"

di Redazione Perugia24.net
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«Abbiamo il dovere di tornare a una vita normale, mantenendo ovviamente quelle buone abitudini di igiene personale che, grazie al virus, abbiamo finalmente imparato». E' l’appello di Guido Silvestri, immunologo e docente di patologia alla Emory University di Atlanta, Usa. Nella sua rubrica intitolata pillole di ottimismo, sul suo profilo Facebook e rilanciata sui social, affronta l’emergenza Coronavirus invocando un cambio di passo in quanto «non possiamo continuare a chiedere sacrifici enormi». Con schiettezza il virologo attacca quel clima di terrore irrazionale che prende piede. I sacrifici ora «servono solo per calmare le nostre ansie o per alleviare le paure di leader politici timidi e incompetenti, consigliati da esperti che non sono in grado di elaborare una strategia generale sul come affrontare la pandemia. Soprattutto, dobbiamo fare questa scelta di coraggiosa e consapevole di ritorno alla normalità basandoci sulla nostra arma migliore: l’ottimismo». Lo specialista ha raccolto adesioni da personalità della scienza e della cultura, ma sta anche perdendo qualche sponda amica a causa delle sue candide riflessioni. Perché dopo la prolungata chiusura vede l’ambiguità di «una riapertura perennemente sospesa a metà, in un mondo fatto di mascherine, guanti, plexiglass, distanziamento sociale, senza più potersi stringere la mano o abbracciarsi, mentre ai bambini viene negato perfino il piacere di giocare insieme». Nel vedere l’Italia come «una barca che naviga tra due scogli», Silvestri sostiene che «in questa fase della pandemia, è necessario dare una brusca sterzata lontano dallo scoglio dei disastri economici, sociali, psicologici e sanitari causati dal lockdown, anche a costo di avvicinarsi allo ‘scoglio virus’. I principi chiave che devono informarci sono il monitoraggio dei contagi, la flessibilità nel cambiare modello operativo, la coordinazione tra regioni, tra nazioni, e la preparazione a livello sociosanitario. Perché adesso (fine maggio 2020) sappiamo molto meglio come gestire i malati; conosciamo meglio l’infezione, stiamo sviluppando vaccini promettenti, e molti ipotizzano che l’infezione si stia attenuando dal punto di vista della patogenicità. Nel caso di una eventuale seconda ondata siamo preparati». Silvestri si stupisce piuttosto degli esperti che evocano scenari apocalittici, e che «spariscono quando si parla di effetti negativi sociologici del prolungato lockdown quali lo snaturamento della vita sociale, scolastica e affettiva, costellato di fallimenti, crisi depressive, suicidi, tensioni domestiche». «Noi non sappiamo cosa sarebbe successo se avessimo avuto una chiusura meno serrata, all’acqua di rose come in Svezia, o in Florida, si tratta del classico esperimento senza controllo. Perché in Italia si guarda in modo incessante agli scenari peggiori, si parla piuttosto poco dei danni della chiusura». Silvestri sottolinea che ha messo in conto di ricevere attacchi per aver gettato il sasso nello stagno. In conclusione, cosa possiamo fare, si chiede, per evitare lo scoglio virus senza distruggere il nostro modo di vivere? La risposta è nelle azioni. Navigare usando un radar migliore (test sierologici e tamponi, ovvero sorveglianza epidemiologica e monitoraggio), armare meglio la nave riorganizzando il sistema sanitario e riducendo l’impatto negli ostacoli, attraverso lo sviluppo di terapie e vaccino. Ma tornando con coraggio a una vita assolutamente normale.

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